Premio Innovazione Sen. Giuseppe Petronio

VALORIZZARE IL TERRITORIO, INNOVARE COSTRUIRE COMUNITA’

Dal 29 gennaio al 2 febbraio si svolgerà la Prima  Fiera Agricola Digitale di Lamezia  che sostituisce  dopo tra anni di interruzione quella che è stata  una Fiera  centenaria  svolta  nel centro storico di Sambiase che poi è  diventata FIMPA –FIera del Mezzo e dei Prodotti Agricoli e che dopo anni si è trasformata in ENTE FIERA LAMEZIA che si è svolta per  45 edizioni e poi  è stata interrotta negli ultimi tre  anni. Con questo mio intervento vorrei ricordare, soprattutto ai giovani  che hanno vissuto solo  gli ultimi  anni della Fiera quando questa era ormai nel periodo del declino e perso invece il periodo più bello e importante della stessa Fiera che nel solco delle proprie radici si proiettava verso il futuro

Partiamo dalle radici.

Nei primi giorni di febbraio, a Sambiase si svolge da secoli la tradizionale fiera di San Biagio. Un avvenimento molto sentito dai sambiasini, che si affidano al santo e affollano le bancarelle dei venditori ambulanti in cerca di un oggetto speciale che ricordi la festa.

In origine era principalmente una fiera dedicata alla vendita degli animali. Si comprava il maiale da allevare e ingrassare e, che serviva per realizzare salame per sfamare la famiglia. Ma ci si potevano trovare ogni genere di animali da cortile e da lavoro: galline, oche, cavalli, pecore. Animali che erano il fulcro della civiltà contadina di un tempo. Era la Fiera che permetteva inoltre scambio di merci  utensili tra gli abitanti.

Un’occasione per incrementare l’economia delle famiglie. Il poeta Salvatore Borrelli ricorda questo evento  nella sua poesia: “A fhera ‘i Santu Vrasi” (la fiera di San Biagio), “Vèninu ‘i tutti ‘i bandi ppi lla fhèra, / m’accàttanu ‘a majìlla o ‘na vrasèra”(vengono da tanti posti per la fiera per comprare la madia e un braciere). E ancora oggi, cambiati gli usi e i costumi, una moltitudine di persone affolla le strade di Sambiase. Si rimane affascinati dai banditori che richiamano l’attenzione per vendere le proprie mercanzie. Piatti, corredi, coperte, sedie artigianali e le vozze, pentole e piatti in terracotta locale. Immancabili i venditori di dolciumi tipici: i mostaccioli su tutti. Una gioia per grandi e piccini.

Poi le edizioni dei primi anni ’70  cambiarono  qualcosa Si  era nella prima fase espositiva di quelle prime macchine agricole che avrebbero sostituito gli animali da lavoro (buoi, muli, cavalli e asini) a beneficio delle piccole e medie aziende, compreso quelle dirette coltivatrici.Con il passare degli anni abbiamo assistito  al  progressivo ridimensionamento delle superfici coltivabili che un tempo costituivano la parte geograficamente più consistente rispetto alla estensione  della città . Un’inversione di tendenza, quindi, che segnala il prevalere del processo di cementificazione della piana che ha sterilizzato il sogno di una Lamezia capace di creare sviluppo attraverso la valorizzazione delle proprie risorse. La fiera ha, anno dopo anno, alimentato quel sogno, nato il 7 dicembre ’66 quando la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura con la delibera n°312, istituì la Fiera del Sud in Sambiase in concomitanza con la tradizionale e secolare fiera di San Biagio.  La Fiera  divenne poi  FIMPA ( FIera del Mezzo e dei Prodotti Agricoli) e  successivamente Ente Fiera Lamezia

LA SVOLTA

I primi anni dell’Ente Fiera coincidono con la elezione del Sen. Petronio e con il successivo incarico di sottosegretario al Mezzogiorno.Viene aperto su corso Numistrano in locali del Comune lo sportello per l’imprenditoria giovanile  affidato dal Comitato per l’imprenditoria Giovanile alla Gestione delle Acli-Enaip di Lamezia. Lo sportello doveva svolgere attività di promozione , informazione e assistenza  per il pieno utilizzo delle opportunità della Legge 44/86. Si raggiungono importanti risultati sia  nel  numero  di progetti presentati che in quelli approvati nel territorio  calabrese. Tali risultati  si  concretizzano nella partecipazione di 15  imprese calabresi finanziate  dalla Legge 44/86 a due edizioni  della Fiera di Lamezia con importanti stand nei quali  espongono i loro  prodotti e servizi  particolarmente innovativi nelle tecnologie e nei processi organizzativi utilizzati. In questi anni  la Fiera di Lamezia promuove un bando per le migliori idee imprenditoriali che diverse  decine  di  giovani imprenditori e professionisti del comprensorio lametino che propongono idee imprenditoriali innovative per lo sviluppo della regione. Sono anni importanti ed affascinanti per chi ha avuto la  fortuna di viverli  direttamente. La Fiera  e Lamezia sembravano aver imboccato la strada dello sviluppo  culturale e socio economico. Per Lamezia  e per il  Lametino vengono destinati  dal Ministero del Mezzogiorno e dal Sen. Petronio importanti finanziamenti  che avrebbero dovuto  cambiare il volto della città e tra questi il finanziamento per la realizzazione della struttura fieristica  per l’Ente Fiera Lamezia ed il porto turistico. Ma come spesso è accaduto in Calabria i finanziamenti erano disponibili ma poi chi doveva progettare, appaltare e costruire in sede locale non ha avuto la capacità e a volte anche la volontà di realizzarle.

L’uscita di scena del Partito Socialista, a seguito della rivoluzione giudiziaria fa emergere una  classe politica non all’altezza di concretizzare un progetto per Lamezia  e inizia  la decadenza della Fiera cosi come quella della città

L’Ente Fiera imbocca la strada del degrado e del ridimensionamento

Fino a giungere alla estinzione Al silenzio colpevole dei periodi che preannunciavano il fallimento sono seguite immediatamente le discussioni e i convegni sul perché questa Fiera è morta. Gli esperti chiamati a diagnosticare sono gli stessi che da più di vent’anni hanno avuto ruoli gestionali e politici e non so quanto abbiano contribuito al suo fallimento. Questo è infatti l’esempio tipico a cui si potrebbe applicare la teoria del fare senza rassegnarsi. Sono ormai tre anni che la Fiera non si svolge Se applicando la teoria del FARE decidessimo di organizzare un Comitato per la Nuova Fiera fatto dagli imprenditori agricoli, dagli artigiani, dal Gal dalle organizzazioni di categoria Coldiretti, Confagricoltura, Cia e da tutti gli invitati ai vari seminari , siamo cosi sicuri di non riuscire a far rinascere la Fiera? Mettere insieme 50 imprese agricole tra CIA, Confagricoltura e Coldiretti sarebbe impossibile? E 30 artigiani tra Cna e Associazione Artigiani e 20 imprese di servizi e Confcommercio e Confesercenti ? E il GAL non potrebbe organizzare seminari e convegni con i finanziamenti regionali e fare esporre 10 imprese? Facciamo una autoconvocazione di questi soggetti CNA, CONFESERCENTI, Confcommercio, Confagricoltura, Coldiretti, CIA, GAL e vediamo che succede. La Fiera del terzo millennio non ha bisogno di grandi spazi espositivi ma di spazi capaci di accogliere i visitatori in convegni di divulgazione scientifica ed economica tutti attrezzati con tecnologie di avanguardia che porteranno il mondo agricolo, nel centro storico di Sambiase la dove è nata.FARE vuol dire provarci. Ma quanti lo vogliono veramente FARE?” Questo mio appello di due anni addietro oggi è stato raccolto dagli organizzatori  de La prima Fiera Digitale in Calabria con l’istituzione del premio  per l’innovazione intitolato al Sen. Petronio Un’offerta espositiva, come riporta la  nota stampa,  di prima grandezza: circa 150 espositori, 24 eventi, show cooking, 80 tra relatori e ospiti rappresentano i numeri ma anche la cifra di uno sforzo collettivo messo in campo dai componenti del “Comitato Lamezia” che si sono avvalsi delle riconosciute competenze di ‘LTWEB srl’ per realizzare l’importante e innovativa piattaforma digitale. La grafica interattiva, la spiegazione dei processi produttivi, le modalità di distribuzione, il confronto tra prezzi sono per le aziende azioni fondamentali per valorizzare il proprio operato. La proposta digitale di www.agiinweb.it si sposa virtuosamente con questi contenuti, con la possibilità di clienti e visitatori di fruirne in una condizione di massima sicurezza, in qualunque ora, da qualunque posto e comodamente dal proprio device. Il tumultuoso sviluppo tecnologico del nostro tempo ci viene in aiuto e consente alle aziende di ridurre sensibilmente i costi e, nel contempo, di poter contare su un numero di visitatori e potenziali clienti notevolmente superiore rispetto alle esposizioni tradizionali.

L’esperienza di questa aggregazione di  uomini e donne, associazioni e imprese è la dimostrazione che  possiamo  fare qualcosa di importante per noi e per gli altri: costruire il futuro

Uno sguardo  sul futuro

.L’Istituto di Cultura Politica “Sen. Giuseppe Petronio” ha  definito un progetto  dal titolo  “ CITTA’ CONDIVISA  che si muove nel solco di questa prima fiera digitale e cioè FARE  come società civile e collaborare con le istituzioni locali. Programmare, progettare e gestire insieme, condividendo.

Parlando di futuro voglio illustrare a grandi linee questo progetto che pensiamo di pubblicizzare sulla stessa piattaforma della Fiera.

 

PROGETTO  CITTA’ CONDIVISA

Cittadini e Amministrazione per i beni comuni e lo sviluppo sostenibile

PREMESSA

Dopo i mesi della pandemia, con la vita sospesa per arginare il contagio, adesso è a rischio la tenuta sociale del Paese e in prima linea ad affrontare povertà e proteste saranno gli amministratori locali, costretti da settimane a trovare ogni spiraglio per far quadrare i conti. Per i Comuni l’emergenza sanitaria si è ben presto trasformata in una crisi finanziaria senza precedenti. Dai bilanci delle città sono scomparsi introiti per miliardi di euro. Con le imposte sospese, i turisti azzerati e i trasporti pubblici quasi deserti, le entrate sono precipitate proprio mentre aumentavano le richieste di aiuto per le famiglie in difficoltà. E non è ancora finita, perché la nuova normalità di questi giorni, con il mondo che gira con il motore al minimo, rischia di peggiorare la situazione.

I destini interdipendenti

Per un verso si può dire che il progetto di amministrazione condivisa esce da questa esperienza rafforzato. Anche se avremmo voluto fare a meno di questo particolare “test mai è risultato chiaro quanto le nostre esistenze e i nostri destini siano così interdipendenti. Perfino l’isolamento, che apparentemente è la negazione della cura delle relazioni sociali propria dell’amministrazione condivisa, è stato speso per il bene di tutti: ciò che ha costituito la fine delle relazioni sociali ha acuito il valore della condivisione. Stando isolati abbiamo partecipato a un progetto comune. Questo valore può e deve restare nel momento in cui la ricostruzione attiva del progetto comune percorrerà vie più frammentate, seguendo i propri percorsi di vita. È chiaro oggi che ognuno può fare qualcosa per gli altri e, perfino, le istituzioni si sono avvalse di questo senso di responsabilità. Ora tutto questo deve continuare, sia pure necessariamente in forme diverse. Da questo l’amministrazione condivisa può trarre nuova linfa.

L’amministrazione condivisa non disegna modelli teorici, non ha mai presupposto, ad esempio, una nozione astratta dei beni comuni; si è sempre radicata nei processi reali e ha identificato come beni comuni quelli che i soggetti sociali e istituzionali identificano come tali a partire dalla realtà. Il trionfo della realtà sulla rappresentazione rafforza l’amministrazione condivisa.

Il valore dell’amministrazione condivisa in questi anni è consistito nel dare luce, forza e gambe a tutta una serie di esperienze e pratiche che già avvenivano nella realtà, ma che restavano sotto traccia, rinchiuse nella singolarità e quindi in una condizione minoritaria. L’emergenza sanitaria, che è oramai chiaramente anche un’emergenza sociale, ha permesso di conoscere tanti “invisibili”, che lavorano in “nero”, facendo talvolta lavori indispensabili, come quelli di assistenza alle persone. C’è un’opportunità straordinaria di conoscenza di nuove realtà: l’amministrazione condivisa, in alcuni di questi casi, può essere la risposta di emersione e di valorizzazione. Basti pensare alla possibilità di inserire queste realtà negli strumenti di welfare di comunità, di cui l’amministrazione condivisa può essere uno strumento aggiuntivo. I primi esempi di amministrazione condivisa, d’altra parte, sono tutti nati da risposte alle emergenze, perché in quelle circostanze è chiaro che tutti possono dare un contributo.

La crisi vissuta apre anche nuovi strumenti potenziali per l’amministrazione condivisa. Lo spazio di ricostruzione, che anche l’amministrazione condivisa dovrà cogliere, potrà poggiare anche sull’uso delle tecnologie informatiche. In questi giorni di isolamento esse hanno costituito una grande opportunità per mantenere e tessere nuove relazioni. È anche l’occasione per superare tante rendite di posizione che si sono sedimentate nel tempo sia sul lato delle imprese sia sul lato del terzo settore: le tecnologie ci hanno mostrato che c’è un immenso spazio di innovazione dei servizi che deve essere tutto esplorato. C’è un potenziale di disponibilità di persone che possono essere attivate mettendo in moto le piattaforme tecnologiche e modificando totalmente i servizi: si pensi solo alla persistente limitazione dei servizi domiciliari e alla distribuzione personalizzata di beni e servizi per i più bisognosi, che spesso sono impediti solo per la “pigrizia” di rinnovare i processi organizzativi. Ma non è un limite solo degli operatori: bisogna che le amministrazioni pubbliche imparino a immaginarli. L’emergenza in pochi giorni ha costretto a ripensare il proprio modo di lavorare. Naturalmente questa non è una “bacchetta magica”, idonea a risolvere tutti i problemi e, anzi, altri probabilmente ne crea: ma ciò rivela nuovi spazi per inserire l’amministrazione condivisa in nuovi processi sociali.

Infine, c’è uno spazio rinnovato per l’amministrazione condivisa. Purtroppo, la crisi economica e sociale potrebbe dar vita alla liberazione di nuovi beni e spazi urbani. Questa “liberazione” dovrebbe essere oggetto da subito di nuova progettazione collettiva.

L’unico modo per renderle sostenibili è coinvolgere attivamente i cittadini e saperli valorizzare adeguatamente quando essi si attivano a tale fine. Un esempio potrebbe venire proprio dalla cura della risorsa più fragile che questa crisi sta manifestando: l’ambiente.

Il Futuro che ci aspetta

Parliamo del futuro che ci aspetta, delle nuove attività da sviluppare, dei posti di lavoro che andranno a sostituire quelli persi e che potranno essere creati nel settore della cura e dell’assistenza, nel rafforzamento del sistema sanitario soprattutto nella sua componente territoriale, nei servizi educativi e culturali, nella manutenzione del territorio e nella rivitalizzazione di centri minori e delle aree marginali, nella produzione in forma collettiva di energia da fonti alternative, nello sviluppo di un turismo locale sostenibile, e in molti altri ambiti che oggi neppure immaginiamo. Posti di lavoro declinati in gran parte al femminile e aperti anche a cittadini in condizioni di fragilità, creati da organizzazioni che costituiscono, in termini sia di crescita del valore aggiunto e propensione all’investimento che di creazione di posti di lavoro, uno dei comparti più dinamici del nostro Paese. Parliamo della necessità di uno sviluppo economico che non neghi i valori sociali, ma anzi da questi tragga forza. Valori che sono costitutivi delle organizzazioni del Terzo settore e dell’economia sociale e di cui esse sono tra i principali promotori.

Perché dopo la crisi sanitaria e quella economica, dovremo impegnarci per evitare una crisi sociale dalle conseguenze devastanti. Serve uscire dalla logica dei singoli interventi e tracciare anche per queste organizzazioni una linea di azione complessiva, ancorata a riferimenti chiari sui soggetti da coinvolgere e su tutti i possibili ambiti di attività e dotata di risorse adeguate a progettare uno sviluppo di lunga durata. Abbiamo un’occasione, anzi due. In Europa sta prendendo forma un grande programma per dare forza al cosiddetto “pilastro sociale” dell’Unione, finora trascurato. Nei prossimi mesi la Commissione europea, dopo una consultazione ampia, darà luce a un Action plan per l’Economia Sociale, determinante per la programmazione comunitaria 2021-2027. In quella cornice verranno definiti obiettivi, strumenti e risorse per rafforzare il contributo allo sviluppo economico e sociale europeo del non profit, delle imprese sociali, dell’associazionismo, della filantropia e di tutte le organizzazioni che affondano le loro radici nell’esperienza collettiva. Ci sono specifiche azioni, come REACT-EU, “assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa” pensate proprio a questo scopo. Serve un allineamento tra tempo, risorse ed energie. Serve un’azione di largo respiro e con uno sguardo lungo. Nessuna delle questioni che oggi siamo chiamati ad affrontare ha probabilità di essere risolta senza questa prospettiva e senza il contributo del Terzo settore e dell’economia sociale. È essenziale però che questo contributo non resti sotto il suo potenziale o vada disperso in mille frammenti. Perciò servono un Piano di azione nazionale e gli strumenti per realizzarlo.

Vi è poi il Next Generation EU  ed il Recovery Plan Italia  che ci auguriamo preveda nella stesura definitiva anche risorse per il Sud che adesso nell’ultima bozza è completamente ignorato. Il progetto Città condivisa che non si limita  allo spazio urbano ma significa  valorizzazione del territorio e delle comunità che su di esso vivono, è allineato pienamente con le linee guida della Commissione Europea per l’utilizzo dei fondi del Next Generation EU.

Nei giorni della  prima Segregazione febbraio aprile 2020 mi è capitato di rileggere il discorso d’insediamento di John Fitzgerald Kennedy il 20 gennaio 1961 a Washington, subito dopo aver prestato giuramento come 35º presidente degli Stati Uniti.  Kennedy parlò del bisogno di tutti gli americani di essere cittadini attivi, pronunciando la famosa frase: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese»

Questo famoso discorso mi ha fatto riflettere sulla  tante critiche che ognuno di noi quasi quotidianamente fa alle istituzioni che restano inerti o addirittura sono colpevoli del degrado economico e sociale delle nostre città e paesi.

E mi sono chiesto ma io, ma noi, cosa facciamo per queste nostre città e paesi? Certo ci sono gli Amministratori che hanno assunto gli impegni di fare ed hanno anche il potere di decidere.

Ma se noi decidessimo di scendere in campo e fare la nostra parte? Naturalmente pretenderemo di essere ascoltati, di assurgere al rango di cittadini attivi e consapevoli e non di semplici spettatori amministrati

E da qui è nata l’idea di costruire La Rete delle reti che nella città e nei territori collabori nei diversi settori con le Amministrazioni Pubbliche per la valorizzazione e gestione dei beni comuni.

Dovremo raccogliere adesioni e disponibilità a mettere al servizio dei beni comuni parte del nostro tempo e delle nostre competenze per garantire e migliorare i servizi pubblici che la crisi renderà sempre meno fruibili o addirittura li cancellerà per carenza di risorse.

Non basta dire, come fa l’art. 118 ultimo comma della Costituzione, che i poteri pubblici “favoriscono le autonome iniziative dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”. E’ un’affermazione rivoluzionaria perché significa riconoscere che quando i cittadini si attivano non sono utenti o amministrati, secondo le categorie del Diritto amministrativo ottocentesco, bensì soggetti responsabili e solidali che in piena autonomia collaborano con l’amministrazione nel perseguimento dell’interesse generale o, detto in altro modo, nella cura dei beni comuni. La Costituzione è la bussola per orientarsi, ma per governare la barca ci vuole il timone, ci vogliono leggi e regolamenti che applichino i principi costituzionali, altrimenti essi restano lettera morta, come è successo appunto alla sussidiarietà negli ultimi 15 anni

“La collaborazione tra cittadini e amministrazione si estrinseca nell’adozione di atti amministrativi di natura non autoritativa” detti “patti di collaborazione”. Sono disciplinati dettagliatamente e sono “lo strumento con cui Comune e cittadini attivi concordano tutto ciò che è necessario ai fini della realizzazione degli interventi di cura e rigenerazione dei beni comuni”. In sostanza, i patti di collaborazione sono lo snodo tecnico giuridico su cui si fonda quella alleanza fra cittadini e amministrazione che dà vita all’amministrazione condivisa. Non per supplire con l’intervento dei cittadini a deficienze delle amministrazioni bensì per affrontare meglio, insieme, la complessità delle sfide che il mondo attuale pone a tutti, amministrazioni pubbliche e cittadini.

“Un popolo che si sente comunità”

Noi proponiamo infatti di dar vita  NELLA CITTA’ e nella regione a comunità create condividendo attività di cura dei beni comuni, materiali e immateriali, presenti sul territorio, sulla base del principio di sussidiarietà. Si tratterebbe di ricostruire il Paese come nel dopoguerra, ma non investendo sulla produzione e sul consumo di beni privati come negli anni del boom economico, bensì soprattutto sulla cura e lo sviluppo dei beni comuni materiali e immateriali. Questa ricostruzione è già in atto, migliaia di cittadini attivi si stanno già prendendo cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio, ma senza la consapevolezza che le loro singole, spesso piccole ed isolate iniziative potrebbero far parte di un più ampio movimento di ricostruzione materiale e morale.

Ricostruzione Materiale in quanto le attività di cura dei beni comuni svolte dai cittadini attivi contribuiscono in maniera significativa al miglioramento della qualità della vita di tutti i membri della comunità.

Ma anche ricostruzione morale, perché in un Paese governato da oligarchie spesso incompetenti e corrotte, il fatto che i cittadini si prendano cura dei beni di tutti con la stessa attenzione che riservano ai propri dimostra come nella società civile ci

siano ancora senso di responsabilità e di appartenenza, solidarietà e capacità di iniziativa.

La comunità si costruisce appunto svolgendo insieme un compito condiviso, si “fa comunità” lavorando insieme per un obiettivo che ci si è dati autonomamente. Per questo, quando dei cittadini si prendono cura degli spazi del proprio quartiere, quello che si vede sono delle persone che fanno la manutenzione di una piazza, un giardino, una scuola, etc. Ma in realtà quelle persone stanno facendo qualcosa di molto più importante, cioè stanno rafforzando i legami che tengono insieme la loro comunità e producendo capitale sociale. Il loro comportamento comunica che è possibile avere fiducia nel prossimo.

Tutto ciò dimostra che le risorse per curare e sviluppare i beni comuni del nostro Paese ci sono, ma continuano ad essere ignorate perché per farle emergere è necessario considerare le persone come portatrici non soltanto di bisogni, ma anche di capacità.

Se accettiamo questa “antropologia positiva” e promuoviamo la costruzione di comunità aggregate attorno ad attività di cura dei beni comuni possiamo affrontare la crisi valorizzando nell’interesse generale le infinite risorse di intelligenza, creatività e capacità di lavoro di cui siamo dotati anche noi calabresi, liberando energie che, come ha osservato anche il Presidente della Repubblica, sono lì, pronte per entrare in gioco. Le nostre ma anche quelle di coloro che formalmente non sono cittadini italiani, cioè gli stranieri che vivono e lavorano nel nostro Paese e che prendendosi cura dei “nostri” beni comuni si sentirebbero veramente cittadini, in senso sostanziale.

Creare comunità grazie alla cura condivisa dei beni comuni è il miglior modo per essere cittadini ed è indispensabile sia per difendere la democrazia, sia il nostro benessere

La crisi infatti, impoverendo vaste aree della popolazione e creando incertezza per il futuro, alimenta il disprezzo per le istituzioni e le regole della democrazia rappresentativa, considerata non più in grado di dare risposte ai bisogni ed alle paure della società. Ai guasti provocati al tessuto democratico dalla crisi si aggiungono ora anche gli attacchi alla nostra stessa convivenza civile ed ai nostri valori insinuando fra di noi la paura, il sospetto e la diffidenza reciproca. Tanto più, dunque, oggi è cruciale rivitalizzare il senso di appartenenza alla comunità attraverso esperienze concrete di partecipazione alla vita pubblica, come la cura condivisa dei beni comuni.

Il Regolamento per l’amministrazione condivisa è una piccola cosa, rispetto ai problemi del Paese. Ma a volte sono le piccole cose che fanno la differenza, se sono in sintonia con i grandi cambiamenti nel modo di pensare di tante persone. E il Regolamento evidentemente è in sintonia con un cambiamento culturale profondo, che al momento riguarda una minoranza di cittadini, ma che potrebbe in tempi relativamente brevi diventare un fenomeno molto più ampio, liberando le infinite preziosissime energie nascoste nelle nostre comunità.

Bisognerà formare funzionari comunali capaci di interagire con i cittadini attivi facilitandone le autonome iniziative per la cura dei beni comuni; persone capaci di gestire il recupero e la gestione, in maniera economicamente sostenibile, di beni pubblici abbandonati di una comunità si assume la responsabilità riconoscendoli come beni comuni.

Molti italiani hanno capito che “Il tempo della delega è finito” e hanno quindi deciso, in maniera del tutto autonoma, di assumersi la responsabilità della cura dei beni comuni materiali e immateriali dei luoghi in cui vivono. L’altro aspetto fondamentale di questo cambiamento culturale sta nell’attivarsi autonomo di persone che non si sentono né si comportano come supplenti che rimediano ad inefficienze dell’amministrazione pubblica, ma come cittadini che si riappropriano di ciò che è loro.

Dal 2014 in Italia, anno in cui è stato approvato il primo Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, molte città beneficiano di una nuova forza, quella dei cittadini, capace di ridare vita a luoghi prima abbandonati e degradati. Grazie all’introduzione del primo regolamento infatti, i cittadini per la prima volta vengono legittimati a prendersi cura dei beni comuni tramite i patti di collaborazione, atti negoziali attraverso cui il comune e i cittadini concordano gli obiettivi da raggiungere nel progetto di riqualificazione proposto dai cittadini stessi, col fine di perseguire il soddisfacimento dell’interesse generale.

I patti quali strumenti di sviluppo locale

Grazie ai patti insomma i cittadini rigenerano e riqualificano i beni comuni, che quindi vengono tolti dallo stato di degrado iniziale e restituiti alla comunità come luoghi fruibili per tutti. Molto spesso inoltre, dai patti non solo si creano nuove opportunità di rigenerazione dal basso, ma nascono anche delle occasioni per nuove forme di sviluppo locale e benessere sociale.

Attraverso i patti di collaborazione quindi i cittadini decidono volontariamente di occuparsi dei beni comuni. Ma concretamente, cosa si intende per beni comuni? In realtà non esiste una definizione univoca di questo concetto, infatti si parla di beni comuni in diversi campi, dall’economia alla

giurisprudenza, dalla sociologia all’ecologia, in ognuno dei quali viene data un’interpretazione diversa. Generalizzando si può dire che per beni comuni si intende un insieme di risorse rilevanti per la soddisfazione dei bisogni essenziali della collettività, in quanto permettono lo svolgimento della vita sociale e la soluzione di problemi collettivi. Ecco perché è importante prendersi cura dei beni comuni e i cittadini ne sono consapevoli. È per questo che esistono già da svariato tempo, sia a livello nazionale che internazionale, diverse pratiche di rigenerazione dal basso, basate su percorsi auto-organizzati e partecipati, in cui la popolazione si riappropria di immobili pubblici per avviare all’interno iniziative di vario genere. Tra queste pratiche ritroviamo anche il modello dell’amministrazione condivisa, che si differenzia però da quelle più tradizionali perché in quest’ultimo la gestione dei beni comuni diventa partecipata tra le amministrazioni pubbliche e la cittadinanza attiva. La pubblica amministrazione infatti detiene un ruolo di coordinamento, di tutela degli interessi coinvolti e assicura la fruizione del bene; la cittadinanza attiva si fa portatrice degli interessi della comunità e delle conoscenze necessarie per la loro soddisfazione partecipando attivamente alla cura del bene e non limitandosi ad esserne destinataria. Una delle grandi novità del modello dell’amministrazione condivisa è proprio il rapporto di collaborazione che si crea tra ente pubblico e cittadini, che supera le incertezze e la sfiducia reciproca tra i soggetti, per giungere insieme alla risoluzione di problemi.

Il principio di sussidiarietà nella Costituzione

Ciò che ha fatto sì che i cittadini fossero legittimati ad occuparsi della cosa comune, è stata la riforma del Titolo V del 2001, dove al comma 4 dell’art. 118 della Costituzione, per la prima volta viene introdotto il principio di sussidiarietà orizzontale, che ha dato vita ad una nuova visione del rapporto tra cittadini e amministrazioni. Al comma 4 infatti gli enti pubblici sono incentivati a favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale. Grazie alla riforma del Titolo V quindi è potuto nascere il Regolamento, senza il quale il principio di sussidiarietà orizzontale dell’art.118 sarebbe rimasto inapplicato; allo stesso tempo il Regolamento sarebbe rimasto inefficace senza i patti di collaborazione.

Sviluppo locale e patti di collaborazione

Dopo queste premesse quindi possiamo dedicarci all’approfondimento della relazione tra patti di collaborazione e sviluppo locale. Quando si parla di sviluppo locale, si parla di territorio che non è semplicemente identificabile con un’area geografica, ma è costituito da elementi di natura materiale e immateriale che ne individuano una specifica realtà. Questi elementi sono rintracciabili nell’insieme di beni comuni, patrimoniali ed immobili legati alle caratteristiche del territorio stesso, tra cui ritroviamo le condizioni e risorse dell’ambiente naturale, il patrimonio storico culturale (sia materiale che immateriale), il capitale fisso (dato da infrastrutture e impianti) e il capitale umano locale. Ciò che caratterizza e contraddistingue un territorio quindi, oltre le risorse e il patrimonio, sono le relazioni economiche, sociali, culturali e istituzionali, dalle quali nel tempo sono derivate pratiche, conoscenze e saperi difficilmente trasferibili altrove. Ma come l’azione dei cittadini può generare sviluppo locale? Quando i cittadini si prendono cura dei beni comuni da un lato contribuiscono al miglioramento della qualità della vita della propria comunità, favorendo in determinati luoghi lo svolgimento di attività sociali, ludico-ricreative, culturali, ecc. Dall’altro il valore del bene così recuperato genera un aumento del valore economico d’acquisto di tutta l’area in cui questo insiste. In tal modo si crea una stretta connessione tra sviluppo sociale ed economico. I beni comuni sono in grado di diventare dei catalizzatori per lo sviluppo locale (anche se questo avviene più frequentemente nei casi dei beni immobili); infatti, la rivitalizzazione di un bene incide sia sull’aumento del valore economico dell’area che sull’aumento dei servizi offerti. Inoltre, in alcuni casi, la rigenerazione del bene può influire anche in termini di sviluppo turistico In conclusione i patti si pongono come nuovi strumenti in grado di produrre nuove politiche per il governo del territorio e per la trasformazione della città, senza una contrapposizione tra cittadini e amministrazioni, ma anzi in una prospettiva di collaborazione.  Se ci si volesse soffermare sulle moltissime realtà locali in cui si articola lo Stato italiano (città, paesi, comuni grandi, piccoli, piccolissimi, frazioni, borghi, quartieri), potremmo parlare di «diecimila e una Italia». Si tratta – si tratterebbe, se fosse veramente considerata tale e ci si comportasse di conseguenza – di una “ricchezza” enorme per la vita democratica, in grado di permettere un notevole sviluppo della partecipazione al governo della res pubblica. Certo, ci sono modi diversi di intendere tali autonomie e negli ultimi decenni ne abbiamo visto lo sviluppo in senso negativo, reazionario, con una visione che tende a fare di ogni autonomia una piccola patria chiusa e contrapposta alle altre, con il prevalere degli interessi egoistici locali.

In passato però, e in parte ancora oggi, si sono avute, e si hanno, esperienze che vanno in direzione opposta, con la costruzione di comunità locali aperte, solidali, inclusive, che si collegano fra loro su temi specifici e per azioni comuni: si contano a decine, in certi casi a centinaia, i comuni riunitisi in associazioni e coordinamenti su obiettivi condivisi Caratteristiche particolari ha avuto, all’inizio degli anni 2000, la Rete del Nuovo Municipio: nata nel clima dei Social Forum, si proponeva di associare le realtà che, a livello comunale, mettevano insieme saperi, soggetti associativi e movimenti, istituzioni, al fine di ridefinire l’identità del territorio, valorizzarne le risorse (in particolare i “beni comuni”), elaborare nuovi progetti, in una logica di alternativa dal basso alla globalizzazione neo-liberista. Nel tempo è andato avanti un processo, avviato nella seconda metà degli anni ‘80, che, in nome della governabilità, ha ridotto sempre di più le occasioni, le possibilità, gli strumenti della partecipazione, ritenendola un ostacolo per gli amministratori, in quanto produttrice di “lacci e lacciuoli” riguardo all’azione di governo: si è annullato, in gran parte, il decentramento amministrativo, riducendone progressivamente le funzioni laddove rimaneva in piedi; si sono accorpati i piccoli comuni (mentre sarebbe stato possibile mantenerli, anche in una prospettiva di maggiore efficienza, individuando accorpamenti solamente per le funzioni che un singolo comune non era in grado di esercitare da solo); si sono cancellate le province come organismi elettivi, attribuendo, in maniera confusa, le funzioni che esse svolgevano ad altre istanze (le città metropolitane, enti i cui amministratori non derivano da elezioni dirette). Ciò si è accompagnato ad altri fenomeni che sono venuti avanti nello stesso periodo: la personalizzazione della politica (con l’elezione diretta dei sindaci); lo svuotamento, o la consistente riduzione, dei poteri delle assemblee elettive (consigli comunali) a vantaggio degli esecutivi (sindaci e giunte); la formazione di una categoria di politici/amministratori sempre più distaccata dalla popolazione, nonostante l’elezione diretta dei sindaci fosse stata propagandata come una misura che recuperava il rapporto fra eletti ed elettori/elettrici; la riduzione della politica a esercizio del potere, anche a livello locale, con una influenza crescente dei poteri forti  sugli atti amministrativi più importanti. L’espansione della democrazia si mostrava sempre di più incompatibile con l’affermazione del capitalismo vincente, quello globalizzato e finanziarizzato. Perciò se ne restringevano gli ambiti e si facevano prevalere le esigenze della governance su quelle della partecipazione. Governabilità, funzionalità, accentramento delle decisioni, annullamento, o non considerazione, dei corpi intermedi nella società, riduzione dei costi della politica (riduzione in parte necessaria, senza però essere di ostacolo allo sviluppo delle pratiche democratiche) sono stati, e sono, i leitmotiv di questo processo ancora in atto. Senza considerare che così si va in una direzione opposta allo spirito su cui si basa la Costituzione, che è quello di rendere il popolo sovrano, a tutti i livelli, si crea il corpo separato dei politici professionisti, si produce una frattura devastante fra rappresentati e rappresentanze (con il prevalere dei populismi, dal basso e dall’alto, e la delegittimazione della politica, considerata dai più un affare sporco).

Occorre cambiare radicalmente direzione rispetto a quanto è accaduto in questi decenni, considerando vitale per la democrazia che vi sia il maggior numero di persone che si interessano al governo della cosa pubblica a partire dal luogo in cui abitano, che tali persone assumano anche ruoli di amministratori, mettendo in relazione studi, conoscenze, ricerche, saperi con l’arte del governare e affrontando i conflitti (essenziali in ogni democrazia) nell’ottica di risolvere i problemi che li determinano. Rilancio della partecipazione, decentramento, riqualificazione della politica sono aspetti strettamente intrecciati fra loro. Con questo percorso è possibile cogliere la ricchezza di apporti che deriva – che può derivare – dal fatto di avere “diecimila e una Italia”, con identità e caratteristiche le più diverse (ma che possono concorrere tutte a definire il quadro generale, tanto più valido quanto più composto da molteplici differenze). E una ricchezza ancora maggiore può venire dalle nuove cittadine e dai nuovi cittadini che si inseriscono nei diecimila e uno luoghi in cui si articola l’Italia. Una prospettiva del genere si collega all’esigenza di un cambio radicale nelle politiche economiche, con l’impiego dei fondi destinati alle grandi opere, inutili e dannose, e agli armamenti per il finanziamento delle uniche grandi opere che vale la pena di mettere in cantiere (relative alla messa in sicurezza del territorio, alla riconversione ecologica, al recupero dei paesi e delle zone agricole abbandonate o in via di abbandono, alla riforestazione di intere aree distrutte dagli incendi e dalle frane). Tutte opere che richiederebbero un forte impiego di mano d’opera, con varie competenze, composta da nativi/e e da migranti (secondo il modello Riace, dove l’inclusione di persone immigrate ha permesso di rivitalizzare un paese ormai quasi privo di abitanti. Il ’68 e gli anni ’70 avevano prodotto un grande sviluppo della partecipazione, in ambiti diversi (non solo nelle manifestazioni di piazza): avevano fatto sì che le assemblee divenissero strumenti comuni di discussione, di confronto, di decisione nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro in genere, nei quartieri. Ma, dopo un periodo di progressivo sviluppo, è cominciata una lenta involuzione, come già accennato, in sintonia con il generale venir meno degli strumenti della partecipazione in nome della governabilità. Agli inizi del 2000 ha ripreso quota, ma per poco tempo, la partecipazione. Oggi, per farla riprendere occorre una grande iniezione di energie, di idee, di volontà politica. Nel frattempo, in altre parti del mondo sono nate esperienze significative, che occorre conoscere meglio per trarne spunti di riflessione e indicazioni. Vanno anche seguite con attenzione le esperienze per la ripubblicizzazione dell’acqua, sulla base del risultato del referendum – ignorato dai più – e per la gestione partecipativa degli spazi pubblici (in contrasto con la tendenza, generalizzata, a vendere, privatizzare, commercializzare il patrimonio comunale). Proprio nella difesa, valorizzazione, utilizzo dei beni comuni, fra cui indubbiamente anche gli spazi sociali, può essere individuato un ambito in cui mettere in atto nuove forme di partecipazione di soggetti singoli e plurali alla gestione del pubblico.

Emilio Mastroianni 

Istituto di Cultura Politica “Sen. Giuseppe Petronio